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Andrea Dall’Asta – Sette interviste per conoscere meglio Ettore Frani

on febbraio 2, 2021
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Sette interviste per conoscere meglio Ettore Frani

Con queste interviste  inauguriamo un nuovo appuntamento, dedicato ad Ettore Frani e alla mostra “Nel lucido buio” (in permanenza fino al prossimo 11 aprile presso la Fondazione La Verde La Malfa – Parco dell’Arte, ci vedrà intervistare, con l’intento di saperne di più sul pittore molisano e sulla sua opera, sette personalità del mondo dell’arte e non che ne conoscono ed apprezzano il percorso.

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#1 Andrea Dall’Asta

Storico dell’arte, dirige dal 2002 la Galleria San Fedele di Milano ed ha fondato nel 2014, sempre nella città lombarda, il Museo San Fedele – Itinerari di arte e fede. La sua attenzione è rivolta principalmente al rapporto tra arte, liturgia ed architettura e all’analisi dell’immagine come strumento di formazione del mondo artistico giovanile, di dialogo tra arte e fede e di promozione della giustizia.

 

Rapporto con l’artista

Nel 2010 Frani vince il Premio Artivisive San Fedele. Da qui in poi il rapporto con Andrea Dall’Asta si consolida sempre più e, negli ultimi anni, porta il noto storico dell’arte sia a curare alcune mostre personali di Ettore (“Le dimore del pittore”, Raccolta Lercaro 2019-2020, per citare la più recente) sia a commissionargli nel 2017 – quando era anche direttore della Raccolta Lercaro di Bologna – un trittico su tema eucaristico in occasione delle celebrazioni conclusive del Congresso Eucaristico Diocesano. Nel 2018, inoltre, gli conferisce (in co-curatela con Giorgio Agnisola) l’importante incarico di realizzare il nuovo paliotto per l’altare maggiore della chiesa di San Fedele a Milano.

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Intervista

1) Nel 2018 ha incaricato Ettore Frani di realizzare un nuovo paliotto per la chiesa di San Fedele. Cosa l’ha spinta a commissionargli questo importante lavoro che, intitolato “Sepolcro Glorioso”, si inserisce in un contesto dove trovano posto le opere di autori moderni e contemporanei (Lucio Fontana, Claudio Parmiggiani, David Simpson solo per citarne alcuni) di consolidata fama?

Quale, secondo lei, il rapporto intrattenuto dalla poetica di Ettore con il Sacro?

 

«Il rapporto con il sacro appare intenso e profondo, soprattutto in relazione al modo con il quale mette in scena la luce che, da sempre, riveste un posto centrale nella tradizione dell’oriente e dell’occidente cristiani. Di fatto, la sua opera sembra indagare il sacro non tanto dal punto di vista iconografico, ma nel modo stesso con il quale porta alla luce i suoi soggetti. Così, sotto la mensa dell’altare della chiesa di San Fedele di Milano ho commissionato a Ettore un paliotto dal titolo “Sepolcro Glorioso”, in dialogo con alcuni capolavori di arte contemporanea come la “Corona di spine” di Claudio Parmiggiani, o la “Gerusalemme celeste” di David Simpson. Poco lontano, campeggia la pala d’altare di Lucio Fontana del “Sacro Cuore” (vedi il libro “Il viaggio della vita. La chiesa di San Fedele in Milano tra arte, architettura e teologia. Paradigma di un percorso simbolico” – Àncora Editrice, 2019). Una vera sfida per un giovane autore che deve inserirsi in uno spazio antico fortemente connotato sia storicamente che artisticamente. Nel dipinto ci immergiamo in un luogo oscuro, cupo e sulla pietra del sepolcro Frani dipinge il luminoso telo sindonico. Il tessuto sembra emanare una luce diffusa, vibrante. Un evento sembra essere sul punto di accadere o è appena accaduto: il passaggio dalla morte alla vita.

È questo transito dalla morte alla vita che, grazie alla potenza della luce, si pone come centro della sua poetica e come vero soggetto dell’opera. Tutta l’opera di Frani sembra introdurci in questo mistero, come se gli oggetti fossero sul punto di animarsi misteriosamente davanti a noi. Nei suoi dipinti, dunque, l’attesa di una rivelazione, di un’epifania che sta per avverarsi al nostro sguardo, di una liturgia che si compie al cuore del quotidiano. Di una speranza di vita».

 

2) Come conferma la sua recente pubblicazione “La luce, splendore del vero. Percorsi tra arte, architettura e teologia dall’età paleocristiana al barocco” (Àncora Editrice, 2018), per lei la luce nell’arte è un tema molto importante di studio e approfondimento (a tal proposito abbiamo già letto alcune sue riflessioni relative alla poetica di Frani).

Quale rapporto intrattiene l’opera di Ettore con il grande tema della luce? E, facendo riferimento al titolo dell’attuale personale allestita presso la Fondazione La Verde La Malfa di San Giovanni La Punta (CT), con il (lucido) buio, il nero?

 

«Frani usa la tecnica della pittura ad olio su tavola laccata bianca, totalmente liscia e impermeabile al colore, su cui stende leggere pennellate di colore nero. Completa poi il dipinto con una finitura lucida o opaca, attraverso velature all’acqua che miscela in vario modo, a pennello. Una volta che il colore si è asciugato interviene solo con velature più chiare o più scure, ma non potrà più schiarire alcuna parte della superficie. Attraverso questa tecnica che si fonda su di un finissimo registro stilistico calibrato sulla resa tattile di ogni singolo elemento, Frani mette in scena immagini avvolte da un segreto, da un’aura di mistero che sembra sul punto di svelarsi davanti al nostro sguardo.

Paesaggi con aurore dai cieli cupi e tetri, frammenti nodosi di radici che si stagliano su di un omogeneo sfondo nero, enigmatiche nature morte costituite da semplici oggetti in metallo, volti femminili sospesi tra meditazione, paura e sorpresa, bianchi lenzuoli calati misteriosamente dall’alto, oggetti dalle forme organiche difficilmente identificabili, eppure così concrete e reali… Se da un lato non esiste una logica narrativa immediatamente identificabile, di fatto i lavori di Frani si presentano come meditazioni sulla luce, fatte di sfumati e vaporosi chiaroscuri, di sottili velature che annullano qualunque contrasto nitido e vivace tra fondo e figura. Per ottenere questo effetto di magico realismo, l’autore utilizza il colore ad olio “nero avorio”, intenso, opaco e trasparente allo stesso tempo, e grazie a minimi strati di colore raggiunge una gradazione di mezzitoni, fino a conquistare il nero assoluto. Per creare una maggiore o minore luminosità, sottrae poi dalla superficie dipinta il nero precedentemente steso, con pennelli, stracci, carta, acquaragia o con le stesse mani. Tuttavia, non dipinge mai le zone che devono conservare il massimo grado di luce, lasciando che la superficie del fondo resti intatta. La luce degli oggetti o dei paesaggi risulta così riaffiorare delicatamente dal fondo, per sciogliersi e dilatarsi in infiniti riflessi nello spazio, quasi questi potessero emanare una luce che si dissolve gradualmente in irradiazioni o in impalpabili vapori.

La scena appare avvolta da una sottile foschia, da una sorta di “velo fumoso”, di leonardesca memoria, da una nebbia leggera che favorisce l’unità visiva del dipinto. Gli oggetti non appaiono ritagliati nello spazio, ma sembrano come dilatarsi e vivere in esso, quasi fossero masse atmosferiche che galleggiano in quel nero intenso, assoluto, profondo. Non a caso, Frani annulla il contorno degli oggetti, il disegno che ne definisce la forma, come se questi nascessero, vivessero e si animassero nello spazio da cui provengono. L’oggetto, come una sorta di scultura luminosa, appare così dilatarsi e contrarsi, secondo una dialettica di diastole e di sistole, evocando lo stesso respiro cosmico. Frani crea in questo modo una dimensione sospesa, in cui le forme sembrano fluttuare ed espandersi liberamente. Il raffinato plasticismo della sua pittura, ottenuto unicamente attraverso il colore nero, steso sulla superficie bianca del fondo con intensità diverse, crea così, di volta in volta, profondità insondabili, atmosfere silenti, spazi soffusi ed estranianti.

La tecnica non appare fine a se stessa, ma in relazione a un potente registro simbolico dell’immagine. Se il fondo della tavola appare cupo, oscuro, la luce emerge invece direttamente dalla bianca superficie della stessa: la sua presenza e la sua carica luminosa sono legate a un preciso lavoro di “sottrazione” del nero.

Grande è la differenza rispetto al chiaroscuro caravaggesco. Contrariamente a quanto accade nell’opera dell’artista lombardo, che dal fondo oscuro fa emergere alla luce le figure con colori più chiari in prevalenza dalle tonalità ocra, è come se in Frani l’immagine emergesse invece dallo sfondo bianco, da una luce che incontra la materia opaca del nostro mondo, facendosi spazio, oggetto, realtà quotidiana. Se in Caravaggio la figura affiora dal fondo bruno, conservando le tracce della materia oscura da cui proviene, in Frani la figura afferma il permanere della sua origine nella luce. Se in Caravaggio le figure, illuminate dalla luce della grazia, si staccano dal fondo tenebroso per diventare esse stesse luce e illuminare così lo spazio, in Frani le figure irradiano invece quella stessa luce da cui provengono, perché a nostra volta ne siamo illuminati. La realtà, sembra dirci l’autore, non scaturisce da un fondo di tenebra da cui siamo strappati con violenza, ma da una luce che siamo chiamati a proteggere, custodire e amare, perché la realtà stessa è costituita dalla luce, è questa la nostra origine. Noi veniamo dalla luce, per ritornare a essa. Frani sembra qui esemplificare la filosofia neoplatonica, che pone al centro della propria riflessione la luce come sorgente, fonte, irradiazione. Nelle opere di Frani, grazie a questa sottile dialettica luce/ombra, bianco/nero, velamento/svelamento, è come se in un potente ma delicato poema della luce un evento stesse per accadere o si fosse appena compiuto. È l’affiorare della vita al cuore della storia».

 

3) Conosce Ettore Frani da oltre un decennio e, pertanto, ha avuto modo di scandagliare gli sviluppi della sua ricerca poetica.

Come crede sia maturata l’indagine artistica e pittorica portata avanti da Ettore nel corso degli anni?

Infine, quale augurio sente di volergli rivolgere per il futuro?

 

«Direi che Ettore Frani è un artista rimasto sempre fedele a se stesso. Non ha mai cercato di stupire e tanto meno di scandalizzare, anzi, ha portato avanti il suo lavoro con grande metodicità e coerenza, ma soprattutto con grande amore e passione. Se in un primo tempo della sua attività si concentrava sull’ambiguità mimetica dell’immagine, in un secondo momento ha elaborato una riflessione che lo ha condotto sulle potenzialità espressive della rappresentazione. Memoria, nostalgia, desiderio d’infinito, silenzi assoluti, tutto parla di una ricerca serena e al tempo stesso mai appagata, nella dolcezza, in un ascolto continuo di quanto accade intorno a sé… Se si riconoscono in alcune sue opere suggestioni molto intense che rimandano, per esempio, ad artisti come Ferroni, dall’altro lato si evince una padronanza e un’originalità i cui esiti sono ancora tutt’altro che scontati. Ettore, infatti, non si limita solo a una ricerca estetica, ma si nota in lui una vera e propria indagine teologica e filosofica, fatto oggi per lo più sconosciuto nell’ambito degli artisti contemporanei. In questo senso, è un vero autore interdisciplinare. Nelle sue tavole, emerge un pensiero che supera il soggetto raffigurato. Frani pone domande, per interpellarci. Si riconosce infatti nella sua opera una ricerca personale sul senso più profondo delle cose, sulle modalità con le quali ci relazioniamo col mondo. La sua riflessione trascende il singolo soggetto affinché ci chiediamo: in che modo la realtà emerge nella nostra coscienza? Qual è il senso più profondo della visione? Il “vedere” non si limita all’individuazione degli oggetti e alla loro messa in scena. “Vedere”, significa infatti interrogarsi sull’enigma del mondo, sul mistero inscritto nelle cose. “Vedere”, significa permettere alle cose di parlarci della loro verità, del loro segreto affinché si riesca ad accoglierlo, custodirlo e amarlo.

In questo senso, il mio migliore augurio è quello di restare fedele a se stesso, di non considerare le mode alterne del mercato dell’arte, delle logiche interessate della critica d’arte, troppo spesso così artificiale e vuota di contenuti. Essere fedeli alla propria arte. Questa è la vocazione dell’artista. Il suo sacrificio».

 

 

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